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La Saga di Re Artù

Di tutti i racconti Celtici che sono sopravvissuti fino ad oggi, quello che li supera tutti è la leggenda di Re Artù.

Questo Re Celta Bretone ha scatenato l’immaginazione di numerosi scrittori di spicco, ognuno dei quali ha impreziosito il racconto con i suoi colpi di scena fantasiosi, al punto che Artù è interpretato come un personaggio magico, cavalleresco e romantico, ben lontano dall’originale re guerriero che guidò il popolo di Romano-Britanno nella sanguinosa battaglia contro i Sassoni.

Dai poeti gallesi Taliesin e Aneirin, che vissero nel VI e nel VII secolo d.C., ottenemmo un quadro della vera brutalità che caratterizzava l’invasione sassone e la ferocia dei condottieri britannici che combatterono per respingerlo. E ci dicono che il capo di quei condottieri era Artù.

Nel corso degli anni, i racconti delle prodezze di Artù in battaglia subiscono un ulteriore impulso, tanto che dal 9° secolo, il monaco gallese Nennius scrive che Artù ha ucciso 960 nemici da solo senza aiuto di nessuno nella battaglia di Badon Hill, l’ultima delle sue vittorie e la battaglia che si diceva avesse fermato l’avanzata dei Sassoni.

La leggenda Arturiana nel Medioevo

Ma la leggenda Arturiana prese veramente il sopravvento nel 12° secolo, grazie a due scrittori che diedero nuova vita alla storia. Il primo è stato il reverendo gallese Geoffrey of Monmouth, che ha raccontato la passata vita dei Re della Gran Bretagna nella sua “Historia Regum Britanniae” (Storia dei Re della Britannia).

Uno dei suoi soggetti nella “Historia” era Artù, e il racconto di Monmouth ci dà un primo contatto con un certo numero di personaggi e trame che, ai tempi nostri, sono diventati centrali nella leggenda arturiana.

Merlino, Uther Pendragon, Ginevra, Excalibur, Tintagel, Avalon: nessuno di questi dettagli si trova in nessun racconto di Artù prima di “Historia Regum Britanniae”, ma questo non vuol dire che Geoffrey di Monmounth li abbia inventati.

Alcuni anni dopo che Monmouth scrisse il suo racconto, un poeta di corte francese di nome Chrétien de Troyes aggiunse ulteriori personaggi alla leggenda di Re Artù, soprattutto i Cavalieri della Tavola Rotonda e la ricerca del Santo Graal.

De Troyes introdusse Lancillotto e Percival, aggiungendo un tocco gallico al racconto di Monmouth, trasformando i nomi dal gallese al francese e dando una spinta in avanti alla storia con una spolverata liberale di cavalleria, magia ed eroica avventura.

Re Artù dai racconti di Thomas Malory

Quando Thomas Malory pubblicò “La Morte di Artù” in inglese nel 1485, con l’aiuto di William Caxton e della sua tipografia, la leggenda era diventata un’opera di narrativa popolare.

Si sa poco della vita di Thomas Malory. In passato si credeva che Malory fosse gallese, ma oggi si è più propensi a credere che venisse da Newbold Revel nel Warwickshire. La sua data di nascita è incerta, anche se molti propendono per il 1416.

Fu eletto due volte al Parlamento, ma fu anche denunciato più volte negli anni cinquanta del Quattrocento per furto, violenza, stupro e tentato omicidio ai danni del Duca di Buckingham.
Scappò due volte dalla prigione, una volta aprendosi la strada a colpi d’arma da fuoco e una navigando nel fossato attorno al carcere. Fu incarcerato a Londra e in alcuni altri posti e spesso uscì su cauzione e le accuse a suo carico non furono mai dimostrate in un processo.

Scrisse parte della sua opera in prigione, e dalla sua descrizione si può credere che fosse un cavaliere e anche un prete. Un giovane Malory appare come personaggio nel libro di Terence Hanbury White “Re in eterno”, che è basato su “Le Morte d’Arthur”. Questo cameo è incluso anche nel musical di Broadway Camelot.

La morte di Artù è una rielaborazione di tutti i testi francesi e inglesi che Malory aveva a disposizione sulla vita di re Artù. Terminato nel 1469, è stato pubblicato da William Caxton nel 1485. Molto probabilmente questo romanzo è il testo che ha più influenzato la visione dei posteri della leggenda del re bretone.

L’opera di Malory rappresenta la transizione dal romanzo medievale al romanzo moderno: egli infonde nelle sue storie arturiane una semplice moralità cavalleresca. Lo stile è limpido, terso, obiettivo, armonioso, semplice, la scrittura è musicale.

Molte opere moderne prendono spunto dall’opera di Malory, tra cui il libro di Alfred Tennyson “The Lady of Shalott” e i film “I cavalieri della Tavola Rotonda” di Richard Thorpe del 1953 e, nel 1981, “Excalibur” di John Boorman. John Steinbeck ne trasse “Le gesta di re Artù e dei suoi nobili Cavalieri”, una rielaborazione in chiave moderna che fu pubblicata postuma.

Nella chiusa del suo libro Thomas Malory scrive:

“Gentiluomini e gentildonne che avete letto il libro di Artù e dei suoi cavalieri dall’inizio alla fine, vi supplico di pregare finché sono in vita perché Dio mi mandi una buona liberazione. Quest’opera fu terminata nel nono anno di Re Edoardo IV dal cavaliere sir Thomas Malory che Gesù aiuti con la Sua grande potenza poiché è servo di Cristo di giorno come di notte”

Un appello dunque per essere liberato dal suo stato di prigioniero, una preghiera per la salvezza della propria anima e di una datazione dell’opera conclusa: il nono anno del regno di Edoardo IV è il 1469. Sedici anni più tardi William Caxton, il primo ad aver impiantato una tipografia in Inghilterra, stampò i suoi scritti.

Una Leggenda che ha sfidato le pieghe del tempo

La favolosa storia del figlio illegittimo di Re Uther Pendragon, che ha dimostrato la sua nobiltà tirando fuori una spada da una pietra, divenne re, con Merlino il suo mago di corte, sposato la bella Ginevra e combattuto contro il nipote Mordred e la stregoneria infida di sua sorella Morgan Le Fey; la formazione dei Cavalieri della Tavola Rotonda, le loro ricerche del Santo Graal, l’adulterio di Ginevra con Lancillotto, la morte di Artù e il ritorno della sua spada magica Excalibur alla Signora del Lago – tutto questo divenne una fiaba medievale.

Ma alle sue fondamenta giace una realtà fantastica – la vera storia delle persone conosciute come i Celti.

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