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Patrizio, Apostolo d’Irlanda – Una spina nel fianco – Testo di Maura Maffei – Parte 1

Biografia del Patrono di Irlanda narrata dalla scrittrice Maura Maffei – Prima Parte

UNA SPINA NEL FIANCO – Tale fu Patrizio per i genitori, che faticarono a educarlo, per i druidi, che lo perseguitarono, per certi ambienti ecclesiastici, che lo osteggiarono, e infine per gli inglesi protestanti, che non riuscirono mai a estirparne il culto dai cuori degli irlandesi cattolici. Vi proponiamo la sua storia incastonata come una gemma in un racconto assai più tardo, nella cornice aurea della Roma seicentesca di Urbano VIII Barberini.

  «Che cosa possiamo fare noi per gli irlandesi?» Così si chiedeva il papa ogni qual volta padre Luca, dei Frati Minori, gli domandava udienza. Quel francescano energico la cui erudizione era un vanto per il Vaticano, instancabile redattore di vite di santi, umile nella devozione ma rivoluzionario in fatto di politica, aveva il potere di mettere in crisi la sua coscienza.

E non si trattava d’una coscienza tra le più serene dato che il pontefice in questione era Urbano VIII, al secolo Maffeo Barberini, conosciuto anche con il soprannome di papa gabella, per l’esosità delle sue tasse. La storia fu spietata con lui, che pure aveva una certa sensibilità e che amava comporre versi, accusandolo di feroce nepotismo e d’aver saccheggiato i monumenti della Roma antica, tanto da coniare il celeberrimo detto: Quod non fecerunt barbari, fecerunt Barberini.

Tuttavia, quando il personaggio è controverso, spesso si tacciono i suoi meriti. E Urbano VIII ebbe senz’altro quello di ricordarsi dei martiri d’Irlanda. Con la Riforma della Chiesa d’Inghilterra, cui gli irlandesi non avevano alcuna intenzione di piegarsi, era tempo di porre rimedio al tragico errore commesso da un suo illustre predecessore, ossia da Adriano IV, unico inglese a essersi guadagnato una fumata bianca. Come tale, egli aveva creduto bene, nel 1155, di privare la Chiesa d’Irlanda della propria autonomia e d’annetterla a quella d’Inghilterra, legittimando di fatto con la bolla Laudabiliter, che riconosceva al re d’Inghilterra anche il titolo di Dominus Hiberniae (Signore d’Irlanda), l’imminente occupazione anglonormanna.

Ma si sa, Il buon Adriano IV non immaginava che la sua nazione, in meno di cinque secoli, potesse dare i natali a un Enrico VIII, a una Elisabetta I o a un Oliver Cromwell… Finalmente Urbano VIII corse ai ripari e, pressato di continuo dall’insistenza di padre Luca, riconobbe la necessità di soccorrere gli irlandesi.

«Che cosa possiamo fare noi per gli irlandesi?» egli continuava a ripetersi, in una mattina di primavera.
«La Santità vostra dovrebbe cominciare con il restituire dignità al loro santo patrono…» gli suggerì allora padre Luca.
«Ah, sì? E in che modo?»
«Inserendolo tra i santi del Calendario Romano, ad esempio,» lo incalzò il francescano.
«Si tratta d’un certo Patrizio, non è vero?» commentò il papa. E aggiunse: «Ci hanno riferito che tu, caro figliolo, ne hai appena celebrato la festa nel tuo Collegio sant’Isidoro, tributandogli massimi onori. Li merita veramente? O è il cuore d’irlandese che batte nel tuo petto a renderti parziale? In questo momento, noi non rammentiamo quale sia l’importanza del suo messaggio…»
«Santità, che io sia irlandese è un attributo marginale. È come cristiano, innanzitutto, che io vengo a parlare in favore di Patrizio che fu il primo vescovo di Armagh.»
Urbano VIII indicò a padre Luca una poltrona ed egli stesso s’accomodò di fronte a lui.

«Raccontaci, dunque, la sua storia, caro figliolo,» gli propose, «affinché possa da noi essere compresa e valutata.»

Fu così che Luke Wadding, frate irlandese poco più che quarantenne che una brillante carriera aveva trapiantato a Roma, narrò al terribile papa, che di li a poco avrebbe permesso il processo a Galileo Galilei, la vita d’un uomo morto più di mille anni prima. Con lo stesso fervore, proprio come se padre Luca fosse presente e potesse tornare a ripeterci la sua folgorante perorazione d’allora, anche noi vogliamo ripercorrere il cammino che fece di Patrizio uno dei santi più amati al mondo.

Eccoci risaliti al IV secolo dell’era cristiana. Ci troviamo nella Britannia romana. Dove, di preciso? Il luogo in cui principia l’azione si chiama Bannavem Taberniae (o Taburniae). Ma non cercatelo sull’atlante storico: non lo scovereste! Taluni ipotizzano la sua ubicazione nell’attuale Galles, altri addirittura nella francese Bretagna oppure nella nordica Scozia. I più concordano nel situare detta località nella zona del Vallo Adriano.

Siamo nell’anno del Signore 385 e uno dei consiglieri comunali della città (decuriones), il nobile Calpurnius, figlio del presbitero Potitus e a sua volta diacono, ha appena avuto un erede maschio e gli ha imposto il nome di Magonus Sucatus, celticizzato poi in Maewyn Succat. Pur appartenendo a una famiglia profondamente cristiana, il bimbo cresce viziato, tra gli agi d’una classe sociale privilegiata. Ama trascorrere lunghi periodi in campagna, in una tenuta (villula) che il padre possiede nei dintorni della città e nella quale imparerà a cacciare. Diventa un adolescente irrequieto, avido di piaceri e di comportamenti sfrenati. Nessuna remora modera il suo atteggiamento contestatore nei confronti dei familiari, che egli giudica bigotti e noiosi come quei preti che spesso deride. Il giovane Magonus, svogliato negli studi, è prepotente e si sente padrone del mondo.

In città, qualcuno mormora che abbia addirittura ucciso un uomo, forse uno schiavo. Egli s’infischia delle dicerie con un’alzata di spalle. Tutto gli arride, sino a quando, in un brutto giorno dei suoi sedici anni, cade in mano ai pirati, che lo rapiscono. L’episodio drammatico capita alla villula, nella solitudine campestre. Nessuno accorre in aiuto del giovane e delle sue due sorelle, Lupida e Daraerca, che vengono portate via anch’esse.

Che cosa fu quell’atto di brigantaggio? Una semplice scorreria di predoni del mare? C’è chi ha voluto comprenderla in un disegno bellico ben più ampio, quello del re irlandese Niall Naoighiallach (ossia Niall dei Nove Ostaggi) che, con la razzia di migliaia di sudditi poi costretti alla schiavitù in Irlanda, mirava a destabilizzare i regni rivali della Bretagna, della Cornovaglia e della Scozia (Dal Riada). Comunque sia andata, nel nono anno di regno di Niall, il giovane e ribelle Magonus viene portato in Irlanda e qui venduto come schiavo.

Lo compra il capo tribù, un certo Miliucc, di una tuath stanziata nella zona di Silva Vocluti. Ove essa fosse, resta anch’esso un mistero: forse era nel nord ovest dell’isola ma c’è anche chi l’ha posta nella contea di Antrim, presso le rive del Lough Neagh. Il padrone costringe il suo recalcitrante schiavo a un lavoro tra i più duri, quello del pastore, che si svolgeva in totale solitudine, tra il freddo e la fame, lontano dal più banale contatto umano. Magonus vive tra le pecore per ben sei anni, nel corso dei quali il suo carattere muta radicalmente.

Egli non ha più nulla di cui vantarsi e che solletichi il suo egocentrismo. Nella sua cruda povertà, rimpiange il calore della sua famiglia e i precetti che, in passato, aveva sdegnato con sufficienza. È così solo che, per tenersi compagnia, incomincia a pregare. Gli sembra, in questo modo, di dialogare con il padre che, quando era bambino, gli aveva insegnato le orazioni, di risentirne la voce, di vederselo accanto. E, giorno dopo giorno, la preghiera diventa la sua sola ragione di vita. Non è più il ricordo dei genitori ad alimentarla, ma l’amore di Dio che lo ha invaso, che gli ridona la gioia e che lo costringe a vegliare sino a tardi per cantare le lodi del Signore. La sua conversione è piena ed entusiasmante.

Una notte, svegliato di soprassalto da un sogno profetico, il primo di tanti che avrà in seguito, egli si mette in marcia. Nulla lo ferma e, dopo aver percorso a piedi un tragitto di più di trecento chilometri, incontra una nave in procinto di partire per l’Armorica. I marinai, che fanno commercio di cani con il continente, dapprima non vogliono accoglierlo. Poi, un intervento miracoloso fa cambiar loro opinione. Un altro prodigio si verifica quando, sbarcati in Bretagna dopo tre giorni di navigazione, ne passano altri diciotto senza incontrare né un villaggio né una casa. In quell’anno, infatti, il 407, orde di barbari germanici avevano saccheggiato l’Europa e le Gallie in particolare. In quel deserto di desolazione, Magonus esorta i compagni pagani alla preghiera ed ecco che un branco di maiali grassottelli viene loro incontro. È la salvezza per tutti.

Ci vorrà ancora qualche anno prima che il giovane riesca a raggiungere Bannavem Taberniae. Il suo ritorno riempie di gioia i parenti e soprattutto il padre che, nel frattempo, ha pronunciato i voti ed è divenuto sacerdote. Ma una richiesta assurda sconvolge i suoi cari: Magonus, infatti, ha preso la ferma risoluzione di ripartire di nuovo. Vuole andare in Irlanda perché, ora che egli ha Dio nel suo cuore, desidera ardentemente evangelizzarla. Vuole ricompensare il male con il bene.

Forse ha mantenuto qualcosa dell’antica caparbietà perché niente lo distoglie dal suo proposito. Gli viene fatto presente che egli, a causa del rapimento, non ha completato la sua istruzione latina, che è debole in retorica ma anche negli studi biblici. Come può credere che, con queste lacune, il papa sarà disposto a inviarlo ufficialmente in Irlanda quale vescovo? Magonus non demorde e si fa consacrare diacono. Poi si dirige in Gallia, per completare la sua preparazione culturale. Passano ben diciassette anni.

Già in passato studiosi d’Irlanda fecero delle ricerche in cui si dimostrava, basandosi su prove documentali e su affinità dottrinarie, la sua permanenza nel monastero di Lérins. Ma si suppone che, comunque, egli abbia avuto la possibilità di viaggiare molto, se il terzo dei quattro Dicta Patricii contenuti nel Libro di Armagh, – ritenuto però da taluni quale opera spuria, – lo vuole pellegrino addirittura in Italia.

I tempi sono oramai maturi per la sua nomina episcopale. Il papa decide di mandare un vescovo in Irlanda. Magonus spera d’essere il prescelto. Ma, inviso a una parte dei suoi superiori non tanto per la sua ignoranza quanto per i suoi metodi potremmo dire “moderni” che antepongo la carità alla severità, rimane vittima d’un complotto. A pochi giorni dalla nomina, un suo antico compagno di studi, con il quale s’era confidato, lo tradisce e rivela il suo peccato di gioventù, quell’oscuro assassinio di cui egli non cessa mai di pentirsi.

Così, nel 431, a essere inviato al posto suo è il diacono Palladio. Fortuna vuole che, a un solo anno di distanza, questi si trasferisca improvvisamente in Scozia. Urge reperire subito un sostituto e Germano d’Auxerre, che gli è maestro e direttore spirituale, s’affretta a consacrare vescovo proprio Magonus. Egli otterrà il mandato ufficiale da papa Celestino I, insieme con il nome di Patricius.

 

Fine della Prima Parte – per leggere la seconda parte clicca —> qui 

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