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Patrizio, Apostolo d’Irlanda – Una spina nel fianco – Testo di Maura Maffei – Parte 2

Biografia del Patrono di Irlanda narrata dalla scrittrice Maura Maffei – Seconda Parte

UNA SPINA NEL FIANCO – Tale fu Patrizio per i genitori, che faticarono a educarlo, per i druidi, che lo perseguitarono, per certi ambienti ecclesiastici, che lo osteggiarono, e infine per gli inglesi protestanti, che non riuscirono mai a estirparne il culto dai cuori degli irlandesi cattolici. Vi proponiamo la sua storia incastonata come una gemma in un racconto assai più tardo, nella cornice aurea della Roma seicentesca di Urbano VIII Barberini.

Per leggere la prima parte clicca —> qui 

Finalmente, Patrizio rivede la sua terra promessa, che imparò ad amare da schiavo. Ed è contro la schiavitù che egli incomincia a scagliarsi, non solo nei sermoni ma anche nei suoi scritti (Epistola ad milites Corotici), con una lucidità nel difendere i diritti umani che resterà unica sino all’Illuminismo. È un grande predicatore, che sa conquistare i potenti e gli umili perché vuol bene veramente al suo prossimo e, parlandogli, glielo comunica. Inoltre, è generoso. Egli monetizza e spende tutti i beni paterni per finanziare la sua missione.

Insieme con la lingua gaelica, egli ha appreso gli usi e i costumi del suo popolo d’adozione. Sa che per entrare nelle grazie dei capi delle tribù e dei loro giureconsulti (brehon) è necessario ammansirli con dei doni. Pur di non ricorrere alle offerte dei fedeli, temendo l’accusa di simonia, vende persino la cara villula, perdendo la sua dignità aristocratica dato che, così pare, nella Britannia romana essa era legata al possesso di particolari proprietà. Ma lo fa volentieri perché, quando un capo tribù si converte, si converte anche tutto il popolo della sua tuath, che conta migliaia di persone.

Riscuote un successo rapido e dilagante, tanto che l’Ard-Rí gli concede Ard-Macha, presso la capitale dell’Uladh, Emain Macha (l’odierna Navan Fort), quale sede episcopale. Instancabile pellegrino, egli visita le contrade più lontane dell’isola, benché la sua influenza sia più diretta sul nord e sull’ovest. Fonda diocesi, rispettando l’unità territoriale della tuath, nomina vescovi, introduce il rito gallicano e crea monasteri sul modello di quello di Lérins nel quale, tra l’altro, aveva appreso la devozione verso la Trinità. A Caiseal, egli la simboleggia attraverso il trifoglio, che diventerà l’emblema dell’Irlanda cristiana.

Il suo ardore è così divampate che, fatalmente, gli genera dei nemici. I drudi pagani, infatti, che sentono minacciato il loro sapere e l’esistenza stessa della loro casta, non possono fare a meno d’odiarlo. Più volte attentano alla sua vita, senza risultato. E arrivano al punto di sequestrare lui e i suoi più stretti collaboratori e di tenerli segregati per più di quindici giorni. Solo l’intervento d’amici influenti, forse dell’Ard-Rí in persona, salva Patrizio e lo preserva dal martirio.

Egli riprende con coraggio la sua missione anche se non sono solo i pagani ad amareggiarlo. Quella che maggiormente lo turba è proprio l’incomprensione dei confratelli nella fede in Cristo. Lo si taccia di sistemi poco ortodossi, d’avere troppo amore nel cuore e troppo poco rigore, d’essere graduale nei cambiamenti e d’accettare ciò che di buono appartiene alla tradizione celtica, che altri vieterebbero comunque come una contaminazione. Per difendersi e per protestare la purezza delle sue intenzioni, Patrizio, a cui non piace scrivere in latino, detta al suo segretario la famosa Confessio.

Essa è ancor oggi la testimonianza d’uno spirito libero e sincero, di un uomo profondamente buono, senza secondi fini, senza ambizioni se non quella di far trionfare il messaggio di Cristo. Ci commuove per la sua semplicità che parla al cuore ma, soprattutto, ci rende simpatico l’autore che, pur non essendo irlandese, ha una vivacità tutta celtica nell’esprimersi. Forse avrà dei difetti retorici, forse le tante citazioni bibliche appariranno un po’ storpiate, eppure la Confessio di Patrizio è una delle opere più belle che siano mai state scritte.

Dilungarci ancora sulla sua storia significherebbe sconfinare nella leggenda. Non si sa di preciso, in effetti, neppure quando sia avvenuta la sua morte. I più sostengono che essa risalga al 461 ma c’è chi lo vuole centenario e la colloca nel 493. Anche sul giorno del 17 marzo ci sono incertezze. Benché esso gli sia attribuito come festa già nel VII secolo, menzionato per la prima volta nella Vita di santa Gertrude di Nivelles, pare che sia nato da un accomodamento molto irlandese: per mettere d’accordo chi lo voleva morto l’8 e chi il 9, si fece la somma dei numeri e si ottenne la data del 17 marzo. Le sue reliquie oggi riposano, insieme con quelle dei santi Bríd e Colm Cille, nella cattedrale della città di An Dún, dove il suo cadavere, secondo la tradizione, fu condotto da un carro trascinato da una coppia di buoi.

Grazie a Luke Wadding e alla compiacenza di Urbano VIII, san Patrizio fu inserito fra i santi del Calendario Romano – ossia quelli che si pregano nella liturgia a livello mondiale – nel 1632.
Ricordandosi di san Patrizio, quel papa ambiguo favorì apertamente la ribellione degli irlandesi contro il tiranno inglese e, come se avesse avuto una spina nel fianco, sembra che la sua tardiva conversione ad una vita più pia e meno secolarizzata sia avvenuta proprio sull’esempio di generosità dell’Apostolo d’Irlanda.

 

LA LORICA DI PATRIZIO

La lorica, che vuol dire corazza, è un tipo di preghiera propria del mondo celtico, in cui la fede cristiana risente, in maniera più o meno velata, dell’influsso degli incantesimi druidici. Si tratta di un’orazione che preserva come un’armatura dagli influssi del male e chiede il costante aiuto di Dio nella vita di tutti i giorni. Tra le più celebri, c’è la lorica di san Breandán, ma ne viene attribuita una anche a san Pádraig. Forse non la scrisse veramente lui, forse è addirittura più tarda, ma è così pregna della dottrina patriciana da meritarsi il titolo di Lúireach Phádraig. Di essa vi traduciamo una strofa che, invocando la presenza di Cristo nella quotidianità e nei rapporti umani, ci appare straordinariamente moderna.

Críost liom

Críost romham

Críost i mo dhiaidh

Críost istigh ionam

Críost fúm

Críost os mo chionn

Críost ar mo lámh dheas

Críost ar mo lámh chlé

Críost i mo loighe dom

Críost i mo sheasamh dom

Críost i gcroí gach duine atá ag cuimhneamh orm

Críost i mbéal gach duine a labhraíonns liom

Críost i ngach súil a fhéachanns orm

Críost i ngach cluas a éisteanns liom.

Cristo con me/ Cristo prima di me/ Cristo dopo di me/ Cristo dentro di me/ Cristo sotto di me/ Cristo sopra di me/ Cristo sulla mia mano destra/ Cristo sulla mia mano sinistra/ Cristo sul mio riposo/ Cristo sulla mia veglia/ Cristo nel cuore di chi si ricorda di me/ Cristo sulle labbra di chi parla di me/ Cristo in ogni occhio che mi guarda/ Cristo in ogni orecchio che mi ascolta.

Maura Maffei

ICONOGRAFIA

Il suo culto è tra i più diffusi al mondo, portato sino ai confini della terra dagli emigranti irlandesi oppure da congregazioni missionarie come la Brothers of Saint Patrick e la Society of Saint Patrick for Foreign Mission, eppure san Patrizio non vanta numerose raffigurazioni artistiche. Finché l’Inghilterra anglicana dominò sull’Irlanda cattolica, non era permesso dipingerlo perché anche le chiese, i cui altari avrebbero potuto fregiarsi d’una sua icona, erano clandestine, mascherate, in certi casi, addirittura da osterie. Ci sono altresì molte statue del XX secolo, ma di fattura spesso artigianale se non mediocre. In esse, il santo Pádraig è rappresentato secondo i canoni divenuti ufficiali dopo il 1632, ossia con i tratti d’un vegliardo con la mitria episcopale che ha come attributi un trifoglio nella mano destra, un serpente schiacciato sotto il piede, le fiamme del Purgatorio e una croce a doppia traversa. In epoca medioevale, invece, l’immagine di Patrizio era più giovanile, sbarbata e con il braccio destro levato in atto di benedire.
Vi segnaliamo, tra le opere migliori in cui egli compare, due vetrate, la prima (XVI sec.) si trova nella cattedrale di Rouen, la seconda nella cattedrale a lui dedicata a New York (XX sec.), in cui è ritratto insieme con la Vergine e con san Colm Cille. Infine, nella Pinacoteca di Padova (Museo Civico) c’è un interessante quadro del Tiepolo intitolato La predicazione di Patrizio in cui il patrono d’Irlanda opera la guarigione d’un malato.

Maura Maffei

LA LEGGENDA DEI SERPENTI

Pare che, in Irlanda, i serpenti già non ci fossero, data la sua separazione dal continente alla fine dell’Era Glaciale, ma noi preferiamo credere che li abbia davvero cacciati via san Patrizio. La tradizione narra che ciò sia avvenuto sulla cima d’una montagna alta solo 760 metri eppure spettacolare per come si erge sul paesaggio circostante. Oggi il suo nome è Croagh Patrick ed è situata presso Cathair na Mart (Westport). Qui, nella Quaresima dell’anno 441, Pádraig d’Ard-Macha si ritirò in preghiera e, come Gesù nel deserto, digiunò per quaranta giorni, trascorsi i quali, egli fece suonare una campana e ordinò a tutti i serpenti dell’Isola di Smeraldo di lanciarsi nel vuoto dall’alto della vetta. Uno solo, l’animale più anziano, si dimostrò recalcitrante ma Patrizio lo persuase a entrare in una scatola di legno. Come ebbe chiuso il coperchio, egli scagliò la scatola, con tanto di rettile, anch’essa giù dalla montagna. Il valore simbolico di questo racconto è molto forte perché il serpente rappresenta i culti pagani che gli irlandesi del tempo praticavano ma ugualmente temevano. Il messaggio cristiano di san Pádraig era radioso, ricco di conforto, fonte di consolazione e di speranza e, come il sole che sorge, dileguava le tenebre di rituali oscuri, basati sulla paura degli elementi e della natura.
In ricordo di quest’episodio, nell’ultima domenica di luglio, gli irlandesi salgono in pellegrinaggio sulla montagna di Croagh Patrick. La cerimonia s’articola come una piccola Via Crucis, con sette soste lungo il percorso nelle quali si recitano Pater, Ave e Credo mettendosi in ginocchio. Quando si giunge in cima, si procede intorno ad un tumulo circolare e poi si fanno sette giri presso il cosiddetto Leaba Phádraig (il letto di Patrizio).

Di sapore sicuramente meno magico, è l’altro pellegrinaggio che si svolge in Irlanda sempre in onore del santo patrono. Esso consiste in un triduo penitenziale da compiersi nei mesi estivi (le date utili sono comprese tra il 1 giugno e il 15 agosto) presso il lago Derg (Dún na nGall) Questo luogo non ha particolari attinenze con la vita del santo sebbene, in epoca medioevale, sia stato battezzato Il Purgatorio di san Patrizio. A cominciare dal XII secolo, infatti, fu meta di esercizi spirituali che divennero presto famosi in tutta Europa e resero la località celebre quasi quanto Santiago di Compostela.

Maura Maffei

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