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San Patrizio in Costa Azzurra – di Maura Maffei

Viaggio nelle isole Lérins alla ricerca dell’Apostolo d’Irlanda – Narrazione di Maura Maffei

 

Sono state formulate molte ipotesi sul luogo in cui Pádraig d’Ard-Macha (San Patrizio) si formò alla vita religiosa e si preparò alla missione d’evangelizzatore. Scelta la più suggestiva, abbiamo svolto un’indagine nel sud della Francia, nella baia di Cannes. E siamo giunti a conclusioni così interessanti, così ricche di coincidenze, da farci presumere d’aver sciolto l’enigma

Sono passati ormai quindici secoli dalla sua morte ma ancor oggi la figura di san Pádraig (San Patrizio), nella sua realtà storica, resta avvolta dal mistero.

È difficile ricostruire una corretta successione d’eventi perché essa sfuma nella leggenda. I suoi primi biografi – si può citare Tírechán – si preoccuparono di far emergere la statura spirituale e umana del grande vescovo, sottolineando la sua fede profonda, le sue virtù taumaturgiche e il suo amore verso il prossimo, a discapito d’una più rigorosa analisi conoscitiva.

Non scandagliarono date, fonti, luoghi o situazioni, conformandosi piuttosto alla descrizione che Patrizio medesimo fece di sé stesso e che è illuminante per quanto concerne il suo carattere, ma che è povera di notizie personali e priva di un’impostazione cronologica.

La Confessio patriciana è una delle opere più intense dell’Alto Medioevo perché è folgorante e sincero il messaggio cristiano in essa contenuto.

Non fu redatta, tuttavia, per raccontare, per memorizzare il passato, come faremmo noi moderni, bensì per testimoniare un disagio interiore.

La vita di Patrizio, infatti, non fu facile anche se non terminò con il martirio. Egli fu spesso attaccato, accusato. Fu spesso incompreso. Gli si rinfacciava la sua scarsa preparazione culturale, lo si tacciava d’ignoranza. I suoi metodi che differivano da quelli d’altri santi erano guardati con sospetto. S’arrivò persino a incolparlo ingiustamente di simonia.

Per difendersi da tutto questo fango, egli volle dettare la celebre Confessio in cui protestava la lealtà dei suoi intenti. Si giustificava con impeto, pur sapendo d’essere peccatore.

Tra le pagine, ricorre più volte l’allusione a una colpa tremenda e oscura da lui commessa da adolescente, colpa che lo tormenterà per tutta l’esistenza: si trattava, forse, d’un omicidio, anzi, dell’omicidio d’uno schiavo.  Strana nemesi: Patrizio, all’età di sedici anni, sarà portato via dalla casa del padre, il religiosissimo diacono romano Calpornio, in Britannia, – presso il Vallo Adriano, – e venduto in Irlanda dai pirati proprio come schiavo!

S’ignora in quale luogo egli trascorse la sua prigionia, costretto a fare il pastore: probabilmente la menzionata silva Vocluti andrebbe ricercata nel nord-ovest dell’Isola di Smeraldo. La fuga avvenne dopo sei anni d’abbandono e di stenti in cui il ragazzo si fece uomo e meditò una straordinaria conversione.

Rientrato in seno alla famiglia, egli comprese che quello non era più il suo posto. Doveva tornare tra gli irlandesi: aveva imparato la loro lingua e voleva a tutti costi parlar loro di Dio e delle meraviglie del Suo amore! Ma farlo in maniera “ufficiale” non era affatto semplice.

Per una missione d’evangelizzazione su vasta scala come quella a cui aspirava Patrizio non c’era che una via da seguire: farsi nominare vescovo in Britannia e ottenere quindi il mandato per predicare in Irlanda.

Egli, però, non aveva i requisiti per un simile compito: era stato rapito dai pirati durante gli anni formativi, quelli in cui, nel V sec., s’apprendeva la retorica e si ponderavano i testi biblici. Conosceva il gaelico ma il suo latino era provinciale e approssimativo. Un vescovo così incolto non sarebbe andato a genio alla Chiesa di Roma.

Patrizio non si diede per vinto: conseguì il diaconato già in Britannia e, subito dopo, partì per le Gallie, per studiare.

Sì, ma dove?

Il suo non fu un soggiorno spiccio: riguarda un periodo che va dal 415 al 432, anno del suo ritorno in Irlanda. Possibile che su tutto questo tempo la storia taccia?

Si è sostenuto che egli scelse una di quelle comunità che, nel nord della Francia, avevano subito l’influsso di san Martino di Tours e in cui i religiosi conducevano un’esistenza sobria, rurale se non rustica. Noi tendiamo a escluderlo perché troppo alta era la posta in palio.

Pádraig si stava giocando la nomina a vescovo: come avrebbe potuto ottenerla adagiandosi nella placida vita di campagna, scandita dal ritmo delle stagioni?

No, egli mirava in alto, per perfezionarsi e vincere una sfida immane!

Del resto, l’agiografo Tírechán, riprendendola dal suo maestro Ultano, ci dà una precisa indicazione nell’insula Aralanensis, sovente trascritta come insula Lerinensis. Ciò ha fatto pensare ad una sosta di Patrizio ad Auxerre, presso san Germano (qui la parola insula starebbe per “monastero”). Noi non contestiamo quest’ipotesi: in diciassette anni, egli può essere anche capitato ad Auxerre! Ma riteniamo che la formazione di san Pádraig sia imprescindibile dalla sua più o meno lunga permanenza in Costa Azzurra, nel cenobio di Lérins.

Questa seconda isola non era abitata e corrispondeva alla brama di solitudine del fondatore sant’Onorato (di cui oggi porta il nome) e dei suoi primi compagni, che erano tutti aristocratici e molto dotti.

L’insediamento monastico si strutturò come un connubio tra vita eremitica e cenobitica: c’era un edificio centrale, che doveva essere situato nello stesso punto in cui s’erge l’odierna abbazia cistercense, per i novizi; i monaci più anziani, invece, potevano decidere di ritirarsi in celle eremitiche disposte presso le sette cappelle sparse sull’isola (risalgono al X-XII sec. su insediamenti molto più antichi e sono in parte costruite con materiale romano).

In breve, in poco più di due lustri, la fama di questo monastero crebbe e si diffuse ovunque: non c’erano solo religiosi provenzali a ritirarsi in esso – anzi, erano i meno numerosi, – ma provenivano in massa da tutta la Gallia e persino dalla Bretagna (san Fausto).

Erano attirati sia dal temperamento carismatico d’Onorato, sia dalla novità della proposta, dall’originalità di quei monaci-scrivani il cui modello, di lì a poco, sarebbe stato ripreso proprio in Irlanda.

Per la prima volta nelle Gallie, era stata elaborata una vera regola monastica, chiamata la Regola dei quattro Padri, in cui si stabilivano i tempi e la prassi dell’orazione.

Questi monaci, poi, avevano fatto della cultura il loro vessillo: erano insuperabili riguardo alla retorica e agli studi biblici, ossia nelle esatte materie in cui il diacono Pádraig difettava. Volendo diventare vescovo, noi siamo convinti che egli abbia fatto l’impossibile pur d’accedere alla migliore istruzione. Crediamo che, avendo appreso dell’insigne cenobio di Lérins, abbia provato il desiderio di farne parte.

In un certo senso, il monastero di Lérins poteva essere considerato una scuola episcopale perché tanti fra i religiosi che vi s’alternarono divennero poi vescovi: lo stesso Onorato, ad Arles come il successore Ilario, Eucherio a Lione, Massimo e Fausto a Riez.

La loro dottrina si basava sull’insegnamento dei Padri d’Oriente (Basilio, Gregorio di Nazianzo e Gregorio di Nissa), rivalutava il ruolo della volontà umana nel cammino di conversione, aveva un’impronta stoica e si poneva in contrasto, eccettuando il tema della Grazia, con il pensiero di sant’Agostino.

Quest’ultima prerogativa ci riconduce a san Patrizio, la cui personalità viene sovente contrapposta a quella del vescovo d’Ippona: se da una parte abbiamo il rigore e la severità che derivano dal mondo latino, dall’altra abbiamo l’eccezionale slancio d’amore e di comprensione che riuscì a conquistare il mondo celtico.

C’è, infine, una venerazione particolare che apparenta Pádraig con i monaci di Lérins: quella della Trinità. San Patrizio è stato un indefesso predicatore del Dio uno e trino, tanto da averne illustrato il mistero mediante il trifoglio, nel celebre discorso alla comunità di Caiseal (Cashel).

In tutti i suoi scritti, autentici o presunti tali, egli ha inneggiato alla Trinità. E dove può aver maturato questa predilezione se non a Lérins in cui, sin dagli albori, fu vivo questo culto? Una delle sette cappelle, con pianta a trifoglio, è dedicata alla Trinità e in essa c’è una croce che risale al tempo di san Patrizio. Già allora, infatti, c’era in quella stessa ubicazione una chiesetta con questo nome, attorniata dalle celle eremitiche. D’altronde, è originario proprio di Lérins il simbolo di fede trinitario noto in ambito ecclesiale come Quicumque.

Non sappiamo se gli anni trascorsi nella dolce austerità dell’isoletta furono per Pádraig felici. Nella Confessio, egli ammette che ci furono attriti con i suoi superiori ma pensiamo che ciò sia da riferirsi a eventi immediatamente anteriori alla sua nomina episcopale. Vero è che egli non colmò tutte le sue lacune, che restano in parte evidenti nei suoi scritti. Riteniamo pertanto che il periodo di Lérins fu per lui duro, contraddistinto da uno studio costante.

Tuttavia, sempre nella Confessio, si legge che, già vescovo in Irlanda, egli provava un’acuta nostalgia nei confronti dei suoi compagni d’allora. Avrebbe voluto rivedere «il volto dei santi del Signore».

Anche questa frase, a parer nostro, è una prova della sua venuta a Lérins: questo luogo non fu, forse, da sempre chiamato “L’isola dei Santi”? E lo stesso nome, per vie imperscrutabili, non passò poi a designare anche l’Irlanda? Quali legami avrebbero potuto avvincere, nel corso della storia, l’Isola di Smeraldo con il piccolo scoglio di fronte a Cannes se da lì non fosse transitato Patrizio? E i monaci di Lérins avrebbero diffuso in Provenza la devozione di Colmán, – la parrocchia di san Colombano a Lantosque fu fondata da loro, – se prima non avessero conosciuto san Pádraig?

L’isola di St-Honorat oggi si raggiunge dopo appena 20 minuti di battello. Si respira in essa la medesima atmosfera di pace e di serena preghiera del tempo che fu, benché il volto architettonico degli edifici sia stato mutato dai secoli. Nulla ci parla direttamente di Patrizio se non una lapide che campeggia sul muro esterno dell’abbazia e che ci commuove.

Ma noi, passeggiando tra gli ulivi, le viti e i cespugli di lavanda, inebriati dagli effluvi degli eucalipti e dal silenzio assordante delle cicale, amiamo supporre che Pádraig d’Ard-Macha abbia percorso questi stessi sentieri di terra rossa e che abbia ammirato l’accecante candore delle onde sognando la sua Irlanda.

Féach tú go luath

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