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Unione Matrimoniale Celtica

  • 1° pubblicazione 26 giugno 2018
  • 2° edizione con aggiornamenti al 10 Maggio 2020

Nell’articolo Sessualità dei Celti abbiamo voluto toccare un argomento sacro della civiltà celtica. In questo articolo ci preme dare una visione più pragmatica che ci viene fornita da Giulio Cesare che conobbe i Celti nelle sue campagne militari in Gallia.
Il suo “De bello gallico” è stato le gioie e i dolori di tutti gli studenti liceali, sia del classico che dello scientifico, per studiare non solo la lingua latina – imparando a leggere e a tradurre – ma anche per conoscere una civiltà scomparsa dalla quale in parte derivano anche le popolazioni italiche.
Si pensi solo che Senigallia (Sena Gallica) è il nome che deriva dai Galli Senoni, una popolazione celtica che si stanziò sia sulla costa orientale dell’Italia – nell’area dell’attuale Romagna e Marche del nord, dal fiume Montone verso sud, quindi dall’ager Decimanus, ovvero la campagna a sud di Ravenna, fino al fiume Esino – sia in una regione dell’odierna Francia corrispondente ai dipartimenti di Seine-et-Marne, Loiret e Yonne, la cui antica capitale era la città di Sens, dalla quale prenderebbero il nome.

Il “De bello gallico” è una sorta di diario nel quale Giulio Cesare descrisse minuziosamente tutta la campagna militare in Gallia, ma anche gli usi e i costumi delle popolazioni che l’abitavano. E’ grazie anche a lui che attualmente possiamo avere delle informazioni sui Celti. Contrariamente si sarebbero perse.

Giulio Cesare, nel “De bello gallico”, fornisce lo spunto per cominciare l’indagine sui rapporti uomo-donna nella cultura celtica.

L’unione fra uomo e donna era regolata da un contratto, dove le parti contraenti si erano scelte. La donna portava in dote dei beni e l’uomo, per averla in sposa, doveva pagare una somma alla famiglia di lei pari a quella portata in dote. Da quel giorno però i beni, messi in comune, venivano amministrati da entrambi. La donna poteva disporre in proprio di beni, come di capi di bestiame. Poiché al possesso del bestiame corrispondeva il prestigio sociale, si è dato il caso di donne evidentemente molto ricche, che come Boudicca, giunsero ad essere nominate regine. Come dice Cesare, se uno dei due coniugi moriva l’altro ereditava tutto e questo giustifica l’indagine che i parenti conducevano se si fosse sospettato una morte innaturale.
Comunque se la donna celta era di rango sociale elevato, manteneva tutti i suoi diritti, i beni e lo status, anche nel caso in cui il marito avesse compiuto dei crimini o si fosse macchiato di disonore.
Secondo alcuni studiosi, il pagamento dell’uomo alla famiglia della sposa è stato considerato come una sorta di indennizzo per la perdita di un componente, anche in termini di forza lavoro.
L’unione dei due veniva festeggiata con un banchetto come libera unione di persone libere.
In ogni caso però il matrimonio era un istituto sociale, che non comportava alcuna cerimonia di carattere religioso.

Che fare però nel caso gli sposi scoprissero un giorno di non poter vivere insieme?

Erano ammessi e disciplinati da regole precise tanto il concubinaggio quanto il divorzio. I lungimiranti Celti potevano decidere consensualmente di separarsi e allo stesso modo separavano i beni, con una clausola: la famiglia di lei doveva restituire l’indennizzo nel caso la ragazza fosse stata la causa del “divorzio”.

Nei testi latini troviamo anche indicazioni circa la condotta sessuale che la donna celta poteva assumere.
In questo stralcio, Dione Cassio ( 150 – 225 d.C.) racconta un fatto :

“In un incontro tra Giulia Domna, moglie dell’imperatore Settimio Severo, e un’anonima donna caledone, la contegnosa patrizia canzona la sua interlocutrice per la libertà (…). Questa rispose, con una certa asprezza, che le abitudini della sua gente erano ben superiori a quelle romane. Poiché tutto si svolgeva in modo franco e chiaro, potevano unirsi senza vergogna ai migliori tra gli uomini. Le matrone romane, invece, con la segretezza che i loro ipocriti modelli di rispettabilità imponevano, potevano trovarsi degli amanti solo tra coloro disposti ad indulgere in relazioni segrete”.

La citazione farebbe pensare ad una donna di “facili costumi”, ma la visione celta della sessualità era strettamente legata con la visione della vita in generale. Per i Celti il sesso era parte integrante della vita, una forza insostituibile di rigenerazione, ma se la monogamia era una regola giuridica, questa visione non escludeva che uomini e donne potessero avere relazioni “extraconiugali”. Ad ogni modo il matrimonio non era mai messo in discussione e la poligamia o la poliandria erano conosciute, praticate a volte per necessità e più o meno tollerate. Esisteva una forma di “matrimonio breve”, della durata di un anno e un giorno che prevedeva per l’uomo il pagamento alla famiglia di lei, di una quota pari ad un anno di mantenimento. La donna era legata fino allo scadere del termine dopodiché poteva decidere di rinnovare il contratto o tornare libera. Tutto accadeva “ alla luce del sole” come dice la donna Caledone (abitante della antica Caledonia l’attuale Scozia ndr) e nulla poteva intaccare i diritti della moglie legittima.

Giulio Cesare, nelle sue cronache di conquista della Britannia, scrive:

“Riunendosi in gruppi di dieci o dodici, di cui fanno parte specialmente fratelli, padri e figli, prendono le mogli in comune (…)”.

Il documento ci testimonia un caso di poligamia praticata per necessità. Spesso accadevano periodi di guerre frequenti e devastanti che falcidiavano la popolazione maschile. Nei villaggi le vedove potevano essere in numero maggiore rispetto ai guerrieri e queste potevano assicurare una discendenza o la vita di un intero popolo. Il fatto che una donna potesse avere figli da uomini diversi in un regime di promiscuità, faceva sì che la discendenza o la successione fosse matrilineare. In conclusione l’uomo era apparentemente il capo della famiglia, ma non della coppia.

Un discorso diverso deve essere fatto per la pratica omosessuale maschile, di cui parla lo storico greco Diodoro Siculo, il quale afferma che benché le donne celtiche erano molto belle, gli uomini preferivano giacere con rappresentanti del loro sesso.
Nonostante lo stupore di Diodoro, tali comportamenti in una società guerriera, erano tutt’altro che inconsueti: basti pensare agli eroi dell’Iliade o al legame di Alessandro Magno con Efestione. La frequentazione quasi esclusiva dei rappresentanti del proprio sesso, indispensabile per la trasmissione dei valori connesi alla funzione guerriera da parte degli adulti ai giovani, l’apprezzamento della bellezza fisica e il culto del corpo maschile, in assenza di tabù morali o religiosi, sono ragioni sufficienti per spiegare la pratica dell’omosessualità maschile presso i Galli.

Nei secoli anche molti storici approfondirono lo studio di questo popolo confermando tutto ciò che Giulio Cesare aveva tramandato ai posteri tramite il suo “De bello gallico” .
I Druidi non erano solo sacerdoti, erano anche saggi che impartivano agli uomini l’insegnamento a mantenere una condotta virile, ma non significava che essi operassero all’interno di una società “maschilista”, tutt’altro. L’importanza riconosciuta alla donna nel mondo celtico è tanto più sorprendente in quanto si colloca all’interno di un’organizzazione sociale che assegnava un ruolo importantissimo ai guerrieri e coltivava valori quali l’abilità, il coraggio e l’onore sul campo di battaglia.

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